Tra le iniziative più recenti avviati dall'Ufficio catechistico Nazionale, spicca il progetto “Vie della Bellezza”. Esso sorge dall’esigenza di sostenere la crescente attenzione verso le arti come linguaggio di evangelizzazione e considera il patrimonio culturale ecclesiale come risorsa di educazione alla fede.

Consiste in una raccolta delle esperienze, dei materiali e degli eventi sul rapporto tra arte e vita cristiana, realizzati sul territorio nazionale dalle Diocesi e dalle altre realtà ecclesiali, al fine di incrementare e diffondere le buone pratiche e l’integrazione pastorale.

http://www.viedellabellezza.it/

La Scuola nazionale per formatori alla evangelizzazione rappresenta ormai da anni un punto di riferimento significativo per coloro che intendono arricchire le proprie competenze formative, soprattutto nell'ottica di accompagnare altri catechisti diocesani o parrocchiali.
La scuola, scandita su due annualità, propone un percorso formativo basato sulla logica del laboratorio e dell'apprendimento adulto e si pone per questo in continuità con lo stile dell'Ufficio Catechistico Diocesano.
L'UCD di Modena sostiene pertanto questa iniziativa e invita i catechisti e i formatori a prendere seriamente in considerazione questa proposta. La cornice dell'Alpe di Siusi e soprattutto la possibilità di confrontarsi con operatori pastorali provenienti da diverse regioni d'Italia, rende questa esperienza particolarmente ricca e stimolante.
Per maggiori informazioni, si può scaricare il depliant della iniziativa, o visitare il sito www.formazionesiusi.it.

Carissimi catechisti trovate di seguito

4 laboratori pensati dall'ufficio Caritas modenese.

Questi laboratori permettono di affrontare nei gruppi dei cresimandi, che hanno partecipato all'incontro del Palapanini, il tema

delle povertà, dei migranti, dello spreco di cibo,  realtà sulle quali i ragazzi sono già stati invitati a riflettere grazie alla raccolta di beni fatta in occasione dell'Incontro con il Vescovo.

L'ufficio Caritas rimane disponibile ad essere contattato  per offrire materiale e altri spunti di riflessione ai catechisti.

“Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa” Così scrisse don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, il 10 ottobre 1958. Vorrei proporre questo atto di abbandono alla Misericordia di Dio e alla maternità della Chiesa come prospettiva da cui guardare la vita, le opere ed il sacerdozio di don Lorenzo Milani. Tutti abbiamo letto le tante opere di questo sacerdote toscano, morto ad appena 44 anni, e ricordiamo con particolare affetto la sua “Lettera ad una professoressa”, scritta insieme con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana, dove egli è stato parroco. Come educatore ed insegnante egli ha indubbiamente praticato percorsi originali, talvolta, forse, troppo avanzati e, quindi, difficili da comprendere e da accogliere nell’immediato. La sua educazione familiare, proveniva da genitori non credenti e anticlericali, lo aveva abituato ad una dialettica intellettuale e ad una schiettezza che talvolta potevano sembrare troppo ruvide, quando non segnate dalla ribellione. Egli mantenne queste caratteristiche, acquisite in famiglia, anche dopo la conversione, avvenuta nel 1943 e nell’esercizio del suo ministero sacerdotale. Si capisce, questo ha creato qualche attrito e qualche scintilla, come pure qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza.

Il messaggio di Papa Francesco a "Tempo di libri" su don Lorenzo Milani

La storia si ripete sempre. Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani. Con queste parole mi rivolgevo al mondo della scuola italiana, citando proprio don Milani: "Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente ed il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato ad imparare, ha imparato ad imparare, - è questo il segreto, imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano che era un prete: Don Lorenzo Milani" Così mi rivolgevo all’educazione italiana, alla scuola italiana, il 10 maggio 2014. La sua inquietudine, però, non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata. La sua era un’inquietudine spirituale, alimentata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola che sognava sempre più come “un ospedale da campo” per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati. Apprendere, conoscere, sapere, parlare con franchezza per difendere i propri diritti erano verbi che don Lorenzo coniugava quotidianamente a partire dalla lettura della Parola di Dio e dalla celebrazione dei sacramenti, tanto che un sacerdote che lo conosceva molto bene diceva di lui che aveva fatto “indigestione di Cristo”.

Il Signore era la luce della vita di don Lorenzo, la stessa che vorrei illuminasse il nostro ricordo di lui. L’ombra della croce si è allungata spesso sulla sua vita, ma egli si sentiva sempre partecipe del Mistero Pasquale di Cristo, e della Chiesa, tanto da manifestare, al suo padre spirituale, il desiderio che i suoi cari “vedessero come muore un prete cristiano”.

La sofferenza, le ferite subite, la Croce, non hanno mai offuscato in lui la luce pasquale del Cristo Risorto, perché la sua preoccupazione era una sola, che i suoi ragazzi crescessero con la mente aperta e con il cuore accogliente e pieno di compassione, pronti a chinarsi sui più deboli e a soccorrere i bisognosi, come insegna Gesù (cf Lc 10, 29-37), senza guardare al colore della loro pelle, alla lingua, alla cultura, all’appartenenza religiosa. Lascio la conclusione, come l’apertura, ancora a don Lorenzo, riportando le parole scritte ad uno dei suoi ragazzi, a Pipetta, il giovane comunista che gli diceva “se tutti i preti fossero come Lei, allora …”, Don Milani rispondeva: “il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, istallato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo, beati i poveri perché il regno dei cieli è loro.

Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso” (Lettera a Pipetta, 1950) Accostiamoci, allora, agli scritti di don Lorenzo Milani con l’affetto di chi guarda a lui come a un testimone di Cristo e del Vangelo, che ha sempre cercato, nella consapevolezza del suo essere peccatore perdonato, la luce e la tenerezza, la grazia e la consolazione che solo Cristo ci dona e che possiamo incontrare nella Chiesa nostra Madre

E' possibile scaricare il materiale preparato dall'ufficio catechistico su Don Milani in occasione dell'anniversario della sua morte:

E' stato preparato anche un video che potete richiedere direttamente a Ufficio Catechistico Diocesano

Sabato 14 ottobre, al Centro Famiglia di Nazareth, si è tenuto il convegno diocesano dei catechisti: «Quando la chiesa fa i sacramenti» al quale abbiamo partecipato come parrocchia.

Per non lasciare che le parole dette ci scivolassero addosso senza penetrare nel profondo ci siamo chiesti: quali frutti possiamo raccogliere da questo incontro?

Per rispondere ci siamo lasciati interpellare dalle due domande che ci sono state consegnate.

La prima: che cosa ci ha affascinato di questo modo di intendere la liturgia?

-La liturgia è vita e non un’idea da capire. Non è adempimento di un precetto, non è atto etico ma atto simbolico da accogliere e gustare.

 -La Liturgia è una esperienza sensibile: udire, vedere i gesti e i segni, toccare, mangiare e bere. E’ fatta di gesti elementari: nascita di un bambino, accoglienza di un ospite. C’è acqua, c’è profumo, c’è pane. La liturgia è fede dell’esperienza reale.

-La liturgia è viva. Proprio perché è azione di Cristo e della Chiesa, trasforma lo strato profondo della nostra identità e ci apre ad una identità che ancora non conosciamo, ci orienta a un futuro che è il futuro di Dio.

L'esperienza di Chiesa ha la forma del benedire: noi lo impariamo dalla liturgia. La Liturgia ci plasma.

-La Liturgia è la prima porta di accesso al cammino della fede.

Il fatto che catechesi e liturgia sono intimamente legate lo abbiamo iniziato a sperimentare nella nostra parrocchia, nel cammino di preparazione al battesimo, rivolto ai genitori e ai padrini/madrine. La catechesi si svolge su due incontri: nel primo vengono approfonditi i significati dei vari segni che si compiono nel battesimo (segno di croce, unzione, acqua) in uno stile di piccoli laboratori. Nel secondo incontro abbiamo scelto di preparare una piccola celebrazione che ci aiuta a rivivere e gustare il bellissimo rito del battesimo che abbiamo ricevuto. Da questa esperienza abbiamo sperimentato come proprio la liturgia ci fa entrare nel mistero di Dio, più di tanti discorsi, più di tante spiegazioni. Come ha detto Papa Francesco in occasione della settimana Liturgica Nazionale, ‘lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero’.

La seconda consegna: quale passo in avanti, in ordine al cambiamento, vorrei chiedere alla mia comunità?

A questa domanda vorremmo rispondere cogliendo la provocazione che ci è stata lanciata: è davvero utile avere tante messe la domenica? Perché non pensare di celebrare un’unica messa per tutta la comunità parrocchiale, preparata magari da una commissione liturgica insieme al parroco e celebrata dalla comunità riunita. Proprio come in famiglia ci sono dei momenti che vanno vissuti insieme, così sarebbe bello avere un momento comunitario in cui tutti ci ritroviamo, dal neonato all'anziano, al giovane.

Utopia? Per fare questo è richiesto il coraggio di stravolgere le nostre abitudini, i nostri schemi, la nostra pigrizia. A guadagnarci sarebbe certamente un maggior senso della comunità, non più una celebrazione ritagliata sul singolo ma una festa della famiglia dei figli di Dio che ci insegna e ci invita ad uscire fuori: non ha senso spezzare il pane nel rito se non lo si fa nella vita.

Catechisti della comunità parrocchiale di Maranello