Perciò non temiamo se trema la terra, se vacillano i monti nel fondo del mare”  (sal 46,3)

Le parole del salmo le avevamo già udite un sacco di volte, ma  vi possiamo assicurare che dai giorni del terremoto in avanti le abbiamo riascoltate e meditate come nuove.

Fermandoci a riflettere per questo contributo, siamo andati alla ricerca di parole del vangelo che forse conoscevamo già, ma che ora comprendiamo in modo diverso, forse più vero. Come un  secondo annuncio alle nostre vite!

 

 

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E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. (Mt 6,28)

 

Per Monica, ma anche per Marzia è più o meno lo stesso,  i giorni del terremoto fanno riemergere ricordi  non ancora offuscati dal tempo che passa. La prima preoccupazione è stata quella  di cercare i famigliari e i parenti residenti nel paese, accorgendosi così che tutti erano alla ricerca di tutti: sapere qualcosa dei propri cari era la prima preoccupazione. Da lì in seguito, poi,  ecco sorgere una forma di vita comune prima assolutamente impensabile: poiché i danni evidenti o semplicemente la paura impedivano di rientrare nelle case, allora gli spazi fra le abitazioni, giardini, parchetti e cortili diventavano  casa comune per chi abitava  nei pressi.

Uno stile di condivisione e solidarietà prendeva il posto in quei giorni dell’atteggiamento così naturalmente diffuso  del ‘ognuno pensa ai fatti suoi’. Quello che c’era era per tutti: pasti preparati e consumati insieme, abiti prestati gli uni agli altri perché era pericoloso entrare in casa e recuperare i propri, e via dicendo. La pagina del libro degli Atti degli apostoli ascoltata tante volte e sempre ritenuta utopistica “mettevano tutto in comune perché nessuno fosse nel bisogno” improvvisamente prendeva corpo e diventava realtà.

Veniva per forza di cose a mancare in quei giorni tutta una serie di ‘comodità’ parte delle nostre radicate abitudini…eppure le cose andavano avanti ugualmente; il tempo passato ognuno davanti al televisore nella propria cameretta ora diventava il tempo delle chiacchiere serali, insieme magari a tante persone che prima conoscevamo appena di vista…c’era anche il nostro vicino di casa o di porta nel condominio, fino ad allora giudicato scostante e un po’ antipatico, e ora rivelatosi cordiale e sensibile ai nostri problemi.

Tutto questo a portare fra l’altro a redigere una nuova scala di valori. Quali sono le cose più importanti? Quelle che veramente contano? Di cosa possiamo  fare a  meno, e di cosa invece avremmo più bisogno? Di che cosa vale la pena preoccuparsi veramente?

 

 

Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così». (Lc 10, 36-37)

 

Il dramma del terremoto ha innescato un movimento di solidarietà e di aiuti che a noi, non abituati ad esserne i destinatari, è sembrato impressionante. Davvero abbiamo toccato con mano la gratuità altrui. Lo sguardo ‘compassionevole’ sulle emergenze degli altri è diventata la chiave di lettura del proprio tempo e delle proprie energie. Se il Signore nel dramma ci aveva lasciato la vita e un po’ di forza, sicuramente era per aiutare gli altri. Stefano ha gestito la raccolta e distribuzione di tende in un centro Caritas  aperto in una struttura comunale, venendo in questo modo a contatto con le paure di tante persone che non sopportavano più il pensiero di dormire in una casa che continuava a tremare e che, mentre fino a poco tempo prima era il simbolo per eccellenza della propria sicurezza, ora assumeva le dimensioni di una trappola mortale. L’atteggiamento compassionevole e nello stesso attivo  e concreto del buon samaritano diventava in quel momento il criterio che orientava il modo di incontrare le persone e ascoltare le loro preoccupazioni  e il loro drammi.

Gabriella ha operato invece al Centro Don Bosco, l’oratorio parrocchiale, diventato nel frattempo l’unico punto di ritrovo per la comunità, essendo danneggiato non in modo gravissimo. Sotto delle tende o in baracche che prima erano destinate ad altro si è cercato di organizzare la raccolta e la redistribuzione di viveri e altre cose  di prima necessità. Al di là della mole dei beni materiali pervenuti, ci ha colpito la disponibilità e la gratuità dei gesti di chi ci raggiungeva con i  loro furgoni, camion e pulmini. Alcuni gruppi di giovani (Scout dalla zona di Reggio Emilia e altri da Grosseto) hanno fatto del centro don Bosco il luogo di un improvvisato campo di servizio, dove esercitarsi  nella attenzione al prossimo più bisognoso, in quel momento. Anche in questo caso, ciò che stava accadendo era per noi, in qualche modo sorprendente. Nel sentirci oggetto del servizio altrui comprendevamo che non potevamo restare con le mani in mano, che c’era un unico modo, o così ci sembrava, per dare senso a quello che stava capitando: mettersi al servizio. Ma in questo modo, al di là del servizio materiale, si stavano creando nuovi legami. Persone mai viste prima, pure loro colpite dal terremoto, venivano ad offrire un po’ del loro tempo e della loro capacità.

 

 

“Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro.  Ed essi saranno suo popolo  ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio ! (Ap 21,3)

Dopo le scosse del terremoto, la comunità era persa, proprio come i primi cristiani e gli apostoli dopo la morte di Gesù. Nessuno sapeva cosa fare e come comportarsi. Così ricorda  Claudia, che nella chiesa-tenda approntata per le celebrazione liturgiche ha fatto la Cresima nel corso della Veglia Pasquale, il 30 marzo 2013. Tutto il percorso di terremoto e ricostruzione è possibile viverlo come passaggio dalla morte alla vita, appunto una Pasqua di risurrezione.

Morte e vita, ecco una chiave di lettura del terremoto. Desiderio di vita oltre la morte, più forte della morte. In quella tenda è stato battezzato anche il piccolo Giovanni, che ha deciso di nascere in una notte di scossa di terremoto forte, la terza, e la mamma Margherita a doglie iniziate, il papà Denis, la nonna Graziella, il  nonno Doriano e la zia Gabriella  costretti a spostarsi da un ospedale a un altro, piccola tribù nella notte in fuga dal terremoto.

Fra una scossa e l’altra, per tutto il giorno, gli automezzi del comune passavano per le vie del paese comunicando il divieto assoluto di entrare nelle abitazioni. Poi un altro boato e la terra ha tremato di nuovo e di nuovo la paura, il terrore, il senso di solitudine e la paura dell’abbandono di Dio!

Ma il richiamo del Signore non si è fatto aspettare e qualcuno ha detto: “Ma oggi non è domenica? Non si dice Messa?” Così si è organizzata una Messa sotto una tenda, mentre fuori stava piovendo a catinelle come se il cielo piangesse per la sorte del paeseEd in quella Messa la certezza dell’abbraccio del Padre è stato palpabile, nonostante i nostri occhi lucidi e quel “magone” con cui abbiamo imparato a convivere, dandoci forza e speranza, quella speranza che si è concretizzata in solidarietà, condivisione e carità,  allorchè la protezione civile si è posta in allerta e, sotto a una pioggia torrenziale, in brevissimo tempo e lavorando senza sosta, ha allestito un campo pieno di tende che hanno ospitato quanti erano rimasti senza casa. I soccorsi sono arrivati da tutta Italia, mostrandoci e insegnandoci che la grazia più grande che il Signore ci dona è proprio la carità.

E la nostra comunità ? Già, la nostra comunità, dispersa, divisa, senz’altro luogo nel quale ritrovarsi….

Una tenda ci ha riunito, una speranza nuova, un nuovo obiettivo che ci ha permesso di riunirci e lavorare assieme per renderla viva!

Perché chi fa la chiesa, non sono le mura o i mattoni, ma sono le persone con la loro fede, i loro pregi e i loro difetti.

Cercare di rendere la tenda una “Chiesa” confortevole che potesse ospitare tutti durante i momenti liturgici è stata una vera e propria sfida.

Fredda e gelida d’inverno, calda e afosa d’estate… ma lo spirito Santo ha continuato ad infondere forza, sapienza e temperanza e con la collaborazione di tutti, la tenda chiesa ha accolto messe, battesimi, comunioni, cresime, matrimoni e funerali!

Però una chiesa, più sicura, come punto di riferimento per la comunità, era necessaria. Ed è arrivata

Facciamo tesoro dell’amore dato e ricevuto, perché se prima, al tempo della chiesa-tenda, la sfida era cercare di renderla abitabile per le celebrazioni, ora, e sempre, la sfida sarà passare da una chiesa nuova ad una chiesa viva.