Il terremoto in una frazione di secondo distrugge ogni cosa e ogni certezza: la terra- che da sempre si è amata e si è sentita propria- diventa estranea e non dà più sicurezza; la propria casa diventa ostile, sembra una prigione da cui fuggire per mettersi in salvo. Intorno, tanta confusione, polvere, grida, pianto e paura, tanta paura. Ci si preoccupa della famiglia, dei parenti, dei vicini, degli amici; insieme si cerca di superare il panico, di affrontare il ripetersi delle scosse che sembrano non finire mai. Dentro, le ferite sono ancora più profonde; l’istinto è  di fuggire da queste situazioni ma è più forte il legame con il paese, con la gente e si sente fortissimo il dovere di essere di aiuto.

 

E’ difficile anche pregare e allora ci si affida a Dio che è Padre tutto e tutti e si cerca, anche se è difficile, di aiutare chi è vicino, chi si incontra sul lavoro e racconta, piangendo, le sue paure, le sue pene. Ma anche per noi- come sulla strada di Emmaus- il Risorto non si è fatto attendere: intorno c’è tanta solidarietà, si tocca con mano la generosità di persone anche molto distanti e questo a poco a poco allarga l’anima e dà un senso di pace: non siamo soli, si è insieme per lavorare, per andare avanti; non ci sono distanze ideologiche o di fede…tutti sono per tutti. E’ una bella sensazione che fa dire”ogni prossimo è un dono, per me, per tutti , per ciascuno”.

 

Nei giorni e nei mesi successivi al terremoto, di tutti i punti di riferimento della comunità non rimaneva nulla ed è stato veramente difficile ripartire: di chiese, canoniche, scuole, municipi non erano rimaste che macerie o edifici da demolire. In quel momento, però, tutta la comunità, anche quella parrocchiale, ha saputo unirsi per andare avanti. Ricordo che dopo l’estate, quando ci si è ritrovati in parrocchia per decidere cosa fare del nuovo anno catechistico, ci si è chiesti come poter proseguire. La prima sensazione è stata quella di paura e smarrimento: sarebbe stato più facile fermarsi e vedere cosa sarebbe successo ma,anche se non avevamo luoghi in cui ritrovarci, non ci siamo scoraggiati e abbiamo deciso di chiedere ad alcune famiglie di ospitare i gruppi del catechismo. Diverse di loro, senza esitare, hanno messo a disposizione la loro casa; con grande amore, ad ogni incontro ci facevano trovare la merenda per i bambini.

A due anni di distanza, pensando a quel periodo, quando delle cose materiali non avevamo nessuna certezza, riconosciamo che quel gesto di accoglienza è stato un vero dono. Fare catechismo nelle case è stata un’esperienza bellissima di famiglia e da allora si è potuto instaurare con i genitori un rapporto personale che continuiamo a costruire, coinvolgendoli anche nella preparazione degli incontri di catechismo. Abbiamo ricevuto il centuplo, avendo risposte da più persone,disponibili a fare il percorso insieme.

Quello che rimane di più sono i rapporti con le persone.

 

Inoltre, in questa forte esperienza abbiamo imparato a tornare all’essenzialità,  a distinguere ciò che è importante davvero e ciò che non lo è; ci siamo accorti che sono più importanti le cose che uniscono di quelle che dividono. L’evento del terremoto ha unito la comunità, ha dato la possibilità di parlare e di chiedere con interesse qual era il vissuto degli altri, perchè  sentivamo di essere tutti nella medesima situazione Nel periodo immediatamente successivo al terremoto, forte era l’esigenza di uscire ed andare in paese anche solo per scambiare due parole: l’importante era il semplice incontrarsi per stare insieme. La cosa bella è che in quel periodo tutti eravamo uguali : operaio, professore, dottore: erano scomparsi tutti i pregiudizi.

 

Per concludere possiamo dire che questo momento così difficile ci ha fatto apprezzare maggiormente il dono della comunità, la collaborazione e la stima delle persone degli enti pubblici, l’amicizia e le relazioni con persone della comunità, e non solo, che tuttora continuano a sostenerci in vari modi.