Sabato scorso si è svolto l’ultimo dei quattro laboratori di catechesi al Centro Catechistico Discepoli di Emmaus dedicato alla catechesi ai fanciulli disabili.
Questi incontri  si sono svolti secondo la modalità del laboratorio e hanno permesso ai partecipanti di affrontare alcune tra i temi più attuali che riguardano la catechesi
I catechisti hanno trovato in questi incontri un accompagnamento competente e la possibilità  di condividere l’ esperienza,
Questo è lo  stile  proprio del Centro catechistico Discepoli di Emmaus che  è luogo di ascolto  dei problemi dei catechisti, di accompagnamento del cammino, di scambio di risorse tra le persone, di ricerca di strade percorribili per il Rinnovamento dell’Iniziazione cristiana
L’esperienza è stata molto positiva e verrà riproposta con altri temi ma con la stessa modalità laboratoriale anche nel prossimo anno pastorale. Il Centro Catechistico infatti intende proseguire nell’offrire questi ‘sabati formativi’ per favorire un approfondimento specifico e condiviso su alcuni ‘punti sensibili’ della nostra catechesi. Ma soprattutto il centro intende consolidare la proposta di tutoraggio che ha iniziato quest’anno e che permette ai catechisti di essere accompagnati personalmente da un volontario del centro per un certo periodo di tempo allo scopo di affinare e maturare la propria competenza catechistica.  
Riportiamo l’approfondimento sulla catechesi ai disabili  proposto ai catechisti dall’Ufficio Catechistico Diocesano.
 
 
 
I disabili, nostri fratelli e sorelle nella fragilità, sono presenza preziosa e attiva per le nostre comunità; ci raccontano come la risposta all’amore ricevuto da Dio sia la loro stessa vita così come è anche quando non ‘produce nulla’. Troppe volte ci portiamo dietro una visione utilitaristica e produttiva della stessa vita cristiana per cui ci sentiamo in dovere di rispondere, di amare ‘facendo qualcosa’, operando. Chi vive la fragilità fa molto con la sua stessa vita, con la sua stessa presenza e vorrei davvero che sentissimo che non si tratta di una frase fatta, ma di una grandissima verità, che talvolta percepiamo, talaltra sentiamo difficile da fare nostra.
Stefano Toschi afferma in questo senso che le persone disabili sono sì persone attive ma soprattutto persone attivanti (e non passive). Il fragile che non può fare, è capace però di attivare, di mettere in moto, di convogliare intorno a sé le migliori energie della comunità, di raccogliere attorno a sé persone diversissime che si ritrovano nel condividere una presenza, una amicizia….
Questo è per noi molto importante perché ci dice davvero che tutti sono membra di valore nella comunità, di nessuno possiamo fare a meno. Anche nella catechesi a volte molte ricchezze, molti passi in avanti, molti annunci di vangelo avvengono senza parole, oltre le nostre tecniche raffinatissime. Anche una sola presenza raccoglie attorno a sé ben più di quanto le nostre prediche o i nostri incontri sappiano fare.
Ci rimandano il fatto che la fede è un cammino, che la fragilità e lo scacco che percepiscono o noi percepiamo accanto a loro sono capaci di metterci in crisi di farci addirittura tornare indietro; la fede cioè non è un lungo fiume tranquillo, un percorso che avviato prosegue autonomamente. Siamo costretti a cambiare, maturare, trasformare le nostre convinzioni. Gesù stesso ha vissuto l’esperienza di rimettere in discussione alcune sue convinzioni attraverso l’incontro con gli altri.
E noi non abbiamo potere sulla fede altrui, non possiamo affermarla o negarla, ma solo favorirla sapendo che rimane comunque un dono di Dio, capace di trovare strade per incontrare i suoi figli che neanche ci immaginiamo. È un invito a ‘mollare la presa’ sulla fede altrui, sul loro incontro con il Signore.
 
La molteplicità di linguaggi
 
Un secondo aspetto tra i tanti che ognuno di noi ha potuto cogliere è l’importanza di dare spazio a molteplici linguaggi. La diversità dei linguaggi per dire la fede è ricchezza nell’annuncio.
Siamo consapevoli che non è sufficiente il linguaggio verbale o il ricorso alla dimensione esclusivamente intellettiva. Ma la musica, il canto, i colori, le parole quanto i gesti sono capaci di dire Dio e la nostra fede e poterlo condividere è segno di comunione, di ricchezza nella diversità. A volte il ricorso a questi linguaggi è solo occasionale e lasciato all’improvvisazione, perché sentito meno nobile, forse infantile; ma ciò non è assolutamente vero! Ci sono diversità di espressione nella fede e se sappiamo cogliere questa sinfonia di voci sappiamo gustare maggiormente la vita cristiana, i segni della presenza di Dio.
In particolare è un invito anche a recuperare la preziosità del silenzio, del ‘non detto’ - Anche qui: quante volte leggiamo che Gesù ‘tocca’, agisce, senza dire una Parola?
 
il corpo
 
Da questo punto di vista vorrei sottolineare una dimensione che troppo spesso viene se non nascosta perlomeno sottovalutata. Quella del corpo e della corporeità.
La nostra vita di fede è diventata per troppo tempo una vita di fede intellettuale e lo abbiamo sottolineato - eppure tutta la nostra persona è coinvolta, intelletto, volontà sentimenti e corporeità. E questa dimensione va non solo valorizzata ma tenuta in considerazione anche in riferimento all’handicap.
Chi vive la ferita del corpo chiede un annuncio, un vangelo, una buona notizia anche sul suo corpo, ferito, sfigurato - ma chiede anche di poter annunciare con il suo corpo.
Come chiesa dobbiamo continuare su questo percorso. La vita cristiana vissuta nella totalità della nostra persona….quindi anche nella sua dimensione corporea non riguarda solo chi vive bene nel e col suo corpo.
Dobbiamo recuperare anche l’annuncio del corpo e col corpo. Pensiamo quanto dice molto di più un gesto fisico con chi vive l’handicap…., quanto un gesto sappia essere ‘buona notizia’
 
Partecipare alla vita sacramentale
 
Sgombriamo immediatamente il campo dai dubbi e affermiamo preliminarmente che, in linea generale, non c’è nessun ostacolo a che i disabili accedano ai sacramenti. Un articolo di Mons. Ghizzoni mi pare esaustivo in questo senso. Egli riconosce infatti questi elementi a conferma della scelta della chiesa:
 
  1. Una prassi storica ancora in vigore nella chiesa orientale e attuata per un periodo anche in quella latina, ovvero il conferimento di tutti i sacramenti della IC ai bambini piccoli. Alla base c’è una ragione teologica, l’unitarietà dei sacramenti e la pienezza di Grazia di Cristo che manifesta il suo amore preveniente.
  2. La molteplicità dei linguaggi attraverso i quali i disabili possono esprimere la loro adesione o desiderio soprattutto attraverso gli atteggiamenti.
  3. Il mistero dell’uomo capace di Dio anche quando non lo può esprimere pienamente o in modo comprensibile.
  4. Un ultimo motivo che vorrei sviluppare meglio. E parto anche qui da una considerazione del vescovo Caprioli che in occasione di un Convegno sulla IC ha giustamente ricordato che se è vero che i ragazzi attraverso la catechesi accedono ai sacramenti, è pur vero che “si è” introdotti ai sacramenti; ad indicare il ruolo della comunità come essenziale ed escludere l’eccessivo peso dato ai ‘meriti’ del ragazzo che quasi ottiene i sacramenti perché preparato. Ci sono entrambe le dimensioni, quello del dono, attraverso la Chiesa, e quello della adesione
 
In sostanza dobbiamo riconoscere che tutti noi siamo sempre degli adottati a figli che necessitano della cura gratuita di Dio e non vantano una discendenza diretta. Attraverso i sacramenti siamo introdotti sempre più nella vita divina, attraverso la comunità.
L’iniziazione cristiana si fa in seno alla comunità dei fedeli (RICA 4) e in particolare il luogo privilegiato è la parrocchia (CVMC 45)
 
I sacramenti stessi pertanto sono prima di tutto, sacramenti della comunità. Sostenuti, vissuti e confermati dalla comunità. Possiamo cioè e dobbiamo liberarci di un approccio eccessivamente ‘individualistico’ del sacramento. Finché si rimane ancorati a questo tipo di approccio rimarranno aperti i problemi della ‘capacità’ a vivere il sacramento a coglierne il significato. Il ragazzo disabile mette in crisi questa dimensione e richiede troppo spesso degli autentici “salti mortali teologici”: al contrario come detto, siamo invitati come chiesa a ripensare anche nella nostra prassi e nella teologia almeno annunciata e vissuta a cosa è veramente al centro nei sacramenti.
 
Vorrei concludere ribadendo una consapevolezza che non vorrei andasse perduta ma che è a monte di tutto quello che stiamo condividendo. C’è un mistero grande nell’handicap che per quanto scrutato, pregato, sofferto, non può che rimanere tale: noi non vogliamo ‘sfruttare l’handicap’ per rileggere la vita cristiana - faremmo un torto ancora più grande a chi vive la disabilità. Ci lasciamo interrogare e proviamo a ‘balbettare’ qualcosa di diverso, capace anche di destabilizzarci. Ma questi approfondimenti anche qualora riuscissimo a condividerli nelle nostre comunità, trasformarli in mentalità condivisa, non sostituiranno mai - mai la ricchezza che nasce dall’incontro personale con l’altro, col suo volto, col suo nome - nel deficit o nella normalità. È la vita comunitaria per prima che fa camminare il vangelo e la capacità di cogliere i segni della presenza di Gesù e del Regno…..Questo è essenziale.
 
 
 
 
Per continuare la riflessione invitiamo i catechisti a leggere il documento dell’UCN: “L’Iniziazione Cristiana alle persone disabili. Orientamenti e proposte” del 2004, nonché il documento del Settore Catechesi ed Handicap dell’Ufficio Catechistico Diocesano che si può scaricare dal sito.
 
Presso il Centro Catechistico Discepoli di Emmaus sono presenti diversi testi che offrono percorsi e incontri con bambini disabili e ai quali attingere per articolare un itinerario catechistico.