Ci sono momenti nei quali si fa più pressante l’esigenza di soffermarsi a guardare alla propria scelta di vita e come stai cercando di viverla. Guardare con onestà alla propria vita significa anche recuperare in profondità la propria storia con le sue gioie e le sue ferite; ed è a partire da questo aspetto che sono giunto a fare mia una convinzione di fondo: personalmente non credo di ‘avere qualcosa da donare’ alla chiesa vivendo il mio sacerdozio nella disabilità, ma credo piuttosto che la disabilità sia per me un invito da parte di Dio, attraverso lo Spirito a vivere il presbiterato, che se accolto e fatto proprio, può davvero divenire piccolo segno, umile seme per far germogliare il Regno.

La propria vocazione è sempre qualcosa che siamo chiamati a rendere viva, con uno sguardo rivolto verso il futuro, come qualcosa che deve sempre compiersi, piuttosto che con gli occhi rivolti al passato, quasi fosse una eredità ricevuta e semplicemente da mantenere intatta. Pertanto mi piace pensare che la disabilità che vivo sia stimolo a guardare non tanto a quello che deve essere il sacerdote, ma a quello che io desidero essere come presbitero disabile per vivere in pienezza questo dono; solo così la disabilità diventa segno di speranza per la chiesa e il mondo. Intendo dire che sono sempre più convinto che l’handicap incida sull’essere presbitero, lo colora paradossalmente ed imprevedibilmente di novità e ricchezza. E devo ringraziare la chiesa che nella figura del mio vescovo in particolare ha riconosciuto tutto questo, cioè la possibilità di vivere il presbiterato nella disabilità. La chiesa, ordinandomi sacerdote, ha riconosciuto che la disabilità non è un semplice accidente che rende meno attivo il sacerdozio e la vita pastorale, ma elemento caratterizzante che getta luce nuova sul presbiterato e la vita della chiesa.

L’identità dell’handicap

Desidero soffermarmi su questo punto perché è essenziale per me e per la mia vita sacerdotale.
Prendendo contatto con il mio handicap ho lentamente compreso che c’è una identità che va riconosciuta, un “nome proprio” che dice in profondità chi sei e che deve essere conosciuto e rispettato per viverlo in pienezza all’interno della propria scelta vocazionale: ebbene, quanto a me, sento decisamente che la mia identità è definita soprattutto dall’handicap. Io non sarei Luca se non fossi disabile e questo devo sempre tenerlo profondamente presente nel mio essere sacerdote. Non è semplicemente un ‘limite’ tra tanti, ma definisce il mio essere prete prima del mio fare il prete.
Sono un prete ferito e non posso evitare questa dimensione, sarei un altro, meglio: non sarei. Sono un sacerdote ‘ferito’ che nella disabilità esprime apertamente quello che vive interiormente.

Sono sempre più convinto, infatti, che il vero handicap sia quello interiore, quella ferita che sanguina e che ognuno porta incisa in sé. Non escluso il sacerdote. La frequentazione col proprio limite porta, se non rifiutato, a riconoscersi sempre bisognosi, sempre al limite, sempre emarginati, non per piangersi addosso, ma per scoprire che “tutto posso solamente in Colui che mi da forza” (Fil. 4, 13).
Rimanere a contatto con il proprio limite ti ricorda che la tua amabilità non dipende da te, ma da Colui che per primo ci ha amati. Che portiamo un tesoro in vasi di creta; che se vuoi essere vero devi tenere viva la certezza che « tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo ». (Is. 43,4). L’handicap esteriore rimanda a quello più profondo e più nocivo, quello del cuore.
Ma soprattutto l’esperienza più decisiva e che devo continuamente fare mia è la consapevolezza, maturata non senza fatica, fascino e stupore che proprio lì, nella tua ferita profonda, il Signore è venuto ad incontrarmi e sempre lì mi invita ad andare per stare con Lui. Mi piace poter dire: è quello il punto di giuntura tra i tralci e la vite e richiede continue potature per portare frutto. Può piacere o non piacere, anzi il più delle volte fa soffrire….ma è incredibilmente così.
Ciò significa che non mi è possibile evitare la mia umanità e la mia umanità ferita - e credo questo sia un aspetto che tocchi tutti e tutti i presbiteri. Il sacerdozio, infatti, non aggira la propria umanità, ma la assume, soprattutto quando è toccata dal limite. Sei sacerdote non per fuggire, ma come risposta ad una ferita sempre curata e resa capace di generare.
Davvero la disabilità se ascoltata è efficacemente concreta. Puoi fuggire nello spiritualismo, ma non puoi lasciare da parte la tua identità. Incontrare il Signore della tua vita è davvero tornare ogni giorno a prendere contatto con la propria ferita.
Se ti lasci umanizzare da Gesù e accetti questo cammino faticoso ma splendido, scopri come vivere il presbiterato, cioè come aiutare una comunità intera a far sì che questa umanizzazione si realizzi in lei grazie al Risorto.
Queste brevi riflessioni mi inducono oggi a tenere vive alcune attenzioni nella mia vita presbiterale.
Se scopri la presenza del Risorto nel limite, non solo sei rigenerato, amato in tutto quello che sei, ma desideri averne cura. E come il tuo corpo handicappato ti richiama ai tempi della pazienza e della cura, così è anche per il “corpo che è la chiesa” che voglia camminare con gli ultimi e non li lasci indietro. Vedo spesso presente nelle nostre arrocchie una pastorale a due velocità: quella per chi ‘regge il ritmo’ e quella per chi questo ritmo non riesce a sostenerlo. Forse questa differenza di velocità ci dice che occorre ripensarla profondamente.
Io per primo sperimento profondamente i rischi di una pastorale che non rispetta i tempi e le forze del mio corpo; lo sento quando carico eccessivamente la mia vita, quando la riempio di inutili zavorre. La disabilità e forse ancor più la sofferenza che vivi, ti costringe davvero a camminare col minimo del peso, a liberarti del superfluo e riconoscere la bellezza e preziosità dell’essenziale.
La disabilità è davvero invito a stare nella marginalità, con chi è rifiutato, dis-graziato.
È sentire che portare gli altri, ovvero essere pastore, significa anche accettare di essere portati da qualcuno, da una comunità. (Gv. 21, 18). È la vita presbiterale dei tempi lenti, misurati, curati e assaporati fino in fondo, lontano dalle ansie dei numeri e dei risultati. Una tentazione questa, lo riconosco, che tutti, anche i disabili corrono ma che proprio il deficit è capace di smascherare.
Il pastore allora è colui che non ha paura di stare davanti mostrando i suoi limiti e così anche di essere portato quando necessario dalla comunità. Amare le parti deboli del proprio corpo ti permette davvero di vedere, curare ed amare quelle altrui. Capisco che questo non sia facile soprattutto per chi teme e si vergogna dei propri deficit, fisici o interiori che siano. Se ripenso infatti a molti disabili vedo quanto sia forte la tentazione di nascondersi dietro stereotipi accomodanti. Il disabile lo si ritiene ‘bravo, coraggioso, santo’ - e pertanto a lui si concede tutto; o comunque è un esempio che viene colto superficialmente o ritenuto inarrivabile. Credo che come il deficit rende ‘trasparente’ la ferita dell’uomo, così il presbitero debba avere il coraggio di mostrare le sue ferite, i percorsi tortuosi della sua fede, i dubbi e le fatiche - non per gettare nello sconforto sé e la sua comunità, ma per ricordare che lui è salvato quanto gli altri, che il suo ‘stare in piedi’ dipende sempre e comunque da Dio.
È una lotta continua che deve compiere. Questa è la responsabilità permanente del pastore toccato e ferito.
Una lotta faticosa che si muove tra rassegnazione e vendetta e che vedo attentare spesso la stessa vita presbiterale. Quante volte ci si sente ondeggiare tra il desiderio di ‘mollare tutto’, rassegnati davanti agli insuccessi, alle aspettative che non si realizzano, o semplicemente ai propri desideri e sogni legittimi di chiesa andati delusi? Quante volte invece si vorrebbe lottare spasmodicamente e senza sosta contro i limiti, contro le fatiche della vita pastorale e spirituale?
Questa è la vera lotta interiore. Se accettata, se ascoltata e non fuggita, diventa una palestra per la tua vita e la vita della tua comunità. Come il disabile davanti al suo deficit, così anche il presbitero non deve scoraggiarsi, ma sentirsi responsabile, sapendo chiedere aiuto, sapendo vincere la pigrizia e il tedio. Ma non gli è chiesto nemmeno di combattere, di rivendicare con orgoglio una propria dignità. Come la disabilità, il presbiterato porta inscritta una profezia, ma come ogni profezia vive di debolezza e sollecitazione, di sopportazione e slancio.
La disabilità è segno eloquente della tua interiorità ferita. Ti costringe a stare in stato di perenne conversione altrimenti cedi davvero alla passività e alla accidia.
In conclusione sento davvero che la disabilità mi ricorda incessantemente, come presbitero, ma prima ancora come uomo, che la meta a cui si è rimandati è quella della “trasfigurazione”. Si tratta di lasciarsi trasfigurare nella propria esistenza, ovvero lasciarsi trasformare nella propria umanità assunta e resa luogo di presenza del Regno, di Dio.