Riportiamo qui di seguito l'intervento che Fr. Enzo Biemmi ha tenuto ai catechisti accompagnatori dei genitori di Padova il 17 maggio scorso. Si tratta di una riflessione interessante anche per i nostri cammini di IC.

Incontro degli accompagnatori dei genitori dei ragazzi del cammino di Iniziazione cristiana

Domenica 17 aprile 2016

Relazione di fratel Enzo Biemmi

Introduzione

Vedervi qui riuniti così numerosi con il vostro Vescovo e i responsabili dell’UCD mi fa molto pensare. La vostra è proprio una bella scommessa. La accompagno ormai da qualche anno con il pensiero, qualche volta (come è il caso di oggi) anche con un mio piccolo contributo e incoraggiamento. Rappresentate una grande diocesi italiana che si sta impegnando da anni a spostare il baricentro dell’annuncio dai soli bambini alla famiglia, con un impegno molto grande a coinvolgere i loro genitori, almeno quelli che si rendono disponibili. Conosco questa sfida, per lo sguardo che ho sull’esperienza di molte diocesi italiane ed europee. So la fatica che essa domanda, ma anche i frutti che con il tempo e la pazienza essa può portare.

Sono convinto soprattutto di una cosa: che non si tratti della catechesi ai genitori, ma della catechesi con i genitori, di un’esperienza di riscoperta del vangelo che la comunità cristiana fa con loro, non per loro. Solo questa prospettiva, infatti, permette di capire fino in fondo la posta in gioco di questo grande sforzo. Solo questa prospettiva può far dire, al di là dei risultati e delle fatiche, che ne vale la pena. Se voi infatti non cresceste nella fede e non la riscopriste grazie a loro, smettereste in fretta di fare questo servizio. Se invece potete constatare che in qualche modo tutti crescono, voi, loro e poco per volta le vostre comunità cristiane, allora ci si stanca, certo, ma si continua perché si sente che siamo noi a diventare più umani.

Vorrei pertanto reagire alla vostra esperienza fermandomi su tre punti, che ritengo importanti. Nei vostri gruppi di catechesi con i genitori mi pare siano decisivi tre aspetti: la fede che viene trasmessa (quale figura di fede); le relazioni che vengono stabilite (quale esperienza di chiesa fate); le parrocchie che possono nascere con il contributo, piccolo ma significativo, della vostra esperienza.

Ci sono tre livelli, dunque: quello personale (la fede); quello relazionale (l’esperienza di condividerla in un gruppo); quello istituzionale (le parrocchie nelle quali questa proposta avviene).

 

1. Una conversione di fede

Per prima cosa gli incontri con i genitori si presentano come una proposta di fede. È chiaro per noi accompagnatori, è chiaro per loro che vengono. Sanno che si viene per parlare della fede. Ma il problema è un altro. Quale fede? Che idea avete voi e hanno loro di fede?

Considero che gli incontri con i genitori siano un’occasione per spiazzare noi e spiazzare loro sull’immaginario e il vissuto di fede. Uno spiazzamento positivo, una vera conversione. Dobbiamo esserne coscienti: noi e i genitori che incontriamo veniamo da un cristianesimo del dovere. Dire fede cristiana era dire fondamentalmente tre cose: la dottrina (le cose che bisogna sapere); le pratiche religiose (le funzioni a cui bisogna partecipare, in primis la messa domenicale, sotto pena di peccato mortale; confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi almeno a Pasqua); i comandamenti (quello che si deve fare e non si può fare). Comunque sia al centro c’era il dovere. Sono pronto a scommettere che questo è il calco che abbiamo dentro, noi e i genitori che incontriamo. Questo modo di vivere la fede era in sintonia con una cultura dell’ordine, una società gerarchicamente costituita, nella quale si era educati a onorare gli imperativi, a assolvere con fedeltà i propri compiti, a eseguire gli ordini ricevuti, a rispettare la conformità dei comportamenti. In questa cultura il cristianesimo era vissuto e percepito come un rafforzamento della stabilità familiare e sociale e questa concezione della fede andava da sé. Uno strato di noi tutti è indelebilmente costituito da questa figura di fede. Il cristianesimo è la religione dei doveri, religiosi e morali.

- Ma c’è un secondo strato. Quello di una forma di fede nata a cavallo del Concilio e sviluppatasi negli anni successivi: il cristianesimo dell’impegno, delle cause, delle sfide umanitarie e sociopolitiche, delle organizzazioni caritative, dell’Azione Cattolica, del servizio verso i più poveri. Questa forma di fede ha segnato un passaggio importante rispetto alla prima. Siamo in un contesto culturale caratterizzato da una grande fiducia nello sviluppo umano, dall’ottimismo rispetto a quello che la forza di un uomo può fare, dall’immagine di un futuro caratterizzato dal progresso e dal benessere. Anche il nostro servizio catechistico è evidentemente segnato da questo orizzonte. Abbiamo un forte senso del dovere (è il primo strato) e sentiamo che ci dobbiamo spendere per gli altri fino in fondo (è il secondo strato), in nome del vangelo.

I genitori che vengono hanno dentro questo: la fede cristiana coincide con la morale e l’impegno. È quindi nei due casi “qualcosa che dobbiamo fare noi per Dio e per gli altri”.

- Ora siamo in crisi tutti, rispetto a questa figura di fede, perché siamo in crisi rispetto a quelle due culture. Non è più l’epoca della stabilità e della conformità; non è più quella del sogno della trasformazione del mondo sulla base di un ottimismo senza limiti nelle forze umane.

Sono due culture che ci hanno lasciato. La cultura del dovere ha lasciato spazio a quella della libertà, con il rischio, certo, di una libertà vuota. La cultura dell’impegno, dopo il disincanto rispetto alla nostra onnipotenza, ha fatto emergere il senso del limite, un desiderio più pacato di cura, prima di tutto per se stessi, per la natura, per il futuro del nostro pianeta, per la nostra umanità. Con il rischio, certo, di ripiegamento sul soggetto e sul suo benessere individuale. Ma è una visione meno volontaristica, meno onnipotente, più consapevole del male che ci possiamo fare, in fondo più bisognosa di salvezza. Sentiamo tutti il bisogno di essere felici e vediamo che non ci riusciamo.

Quale conversione di fede dunque siamo chiamati a fare?

- Papa Francesco sta portando il baricentro della fede su un altro punto fermo, che non è né il dovere né l’impegno. Basta guardare i titoli dei suoi tre testi programmatici: Evangelii gaudium; Laudato si’; Amoris laetitia. In tuti è tre il punto da cui scaturisce la fede non è quello che dobbiamo fare noi ma quello che Dio ha fatto e fa per noi, da cui la gioia. L’esortazione AL, appena uscito, inizia in modo particolarmente bello: «LA GIOIA DELL’AMORE che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa». Dire ‘il vangelo della gioia’ per parlare dell’evangelizzazione, esprimere un sussulto di lode a Dio per il dono della casa comune e dire ‘la letizia dell’amore’ per parlare della famiglia vuol dire tracciare i lineamenti di una fede che scaturisce da un evento di grazia che irrompe nell’esistenza senza meriti, che ci raggiunge precedendo ogni nostra prestazione morale e ogni nostro generoso impegno, e per questo ci rende gioiosamente grati. È sentirsi donati a se stessi, per una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita” (AL 296-297). Questa è proprio “un’altra fede”. È una fede che rima con grazia. Tutto ci è donato. Ed è evidente che una fede così non ci chiede di rottamare nulla di quanto abbiamo avuto nella nostra formazione, né la strutturazione morale che ci è stata data, né la generosità e l’impegno a cui siamo stati allenati. Ma li trasfigura. Non ne fa il punto di partenza, ma l’eco grato di vite segante dalla gioia evangelica, anche nel buio e nella sofferenza, perché salvate. Così, la riscoperta di una fede non basata sulla paura (da cui il dovere) né sui meriti (da cui l’impegno) ma sulla riconoscenza, non solo non rende irresponsabili o disimpegnati, ma moltiplica all’infinito la responsabilità e la generosità, perché chi ha sperimentato di essere amato a prescindere è spinto a non sciupare un dono così prezioso ed è in grado di fare della propria vita un dono per gli altri: un dono di riconoscenza per ciò che gratuitamente si è ricevuto e che solo donandolo gratuitamente si conserva. Con una differenza fondamentale: la misura giusta, quella che viene dal fatto di sapere che tutto viene da lui, anche le nostre forze, ed è lui che ha salvato e continua a salvare il mondo.

Vivere il giubileo della misericordia significa entrare in un orizzonte di grazia, di gratuità e di gratitudine. Noi siamo forse ancora tutti radicalmente pagani, sacrifichiamo ancora agli idoli e abbiamo paura di Dio. Di conseguenza siamo ancora preda dei sensi di colpa. Pensiamo ancora che a lui occorra fare dei fioretti. I fioretti della nostra infanzia possono essere stati per alcuni di noi, certo in modo inconsapevole, la traduzione moderna dei sacrifici degli animali o dei figli primogeniti a un Dio che occorre tenere buono.

Paradossalmente, è solo quando nella nostra vita i conti non tornano più, quando non abbiamo più nulla da esibire davanti a Dio, quando a lui non siamo in grado di presentare se non le nostre povertà, allora è possibile che muoiano dentro di noi le immagini degli idoli e finalmente possa farsi luce il volto di Dio Padre. Il misericordioso.

Nelle testimonianze che avete portato avete detto che non possiamo basare tutto sul sacrificio (né per voi come équipe, né per i genitori), che la fatica prende senso quando è dentro un cammino di libertà e di gioia. Non si tratta di eliminare la fatica, ma di avere una esperienza diversa di Dio, il vangelo della gioia. Per i genitori e per noi allora la prospettiva cambia radicalmente.

- Con i genitori, non per i genitori, gli incontri che facciamo sono per convertirci tutti, per ascoltare fino in fondo la sete di felicità del nostro cuore, per condividere la ricerca, per togliere la fede dallo spazio del sacro e renderla un modo per divenire più umani e per rendere umano il mondo. I nostri incontri devono aiutarci a riscoprire l’affermazione che è al centro del Credo: “Per noi uomini e per la nostra salvezza”.

Per questo noi pensiamo che la fede nel Signore Gesù non ci renda più religiosi, ma più umani. La prova che la nostra fede è credibile, per noi e per gli altri, è che gli altri leggano in noi una bella umanità. Non tanto una buona religiosità, ma una bella umanità. Certo, si tratta di intendersi sulle parole. Se una certa concezione di “religione” o di “religiosità” tende a estrarre dalla storia e rinchiudere nel sacro (inteso come spazio separato dalla vita e protetto dalla complessità del quotidiano), la fede cristiana invece riconduce alla storia e al compito di renderla sempre più umana, un mondo di figli di Dio e di fratelli e sorelle, secondo il sogno di Gesù. Accompagnare un gruppo di genitori costituisce una grande occasione per rifare una esperienza altra di fede, non per loro ma con loro e grazie a loro. È una fede secolare, nel senso di una fede in un Dio a favore della nostra vita, del nostro bisogno di amore, dei nostri figli, delle nostre famiglie concrete, della nostra società, delle risorse del nostro pianeta.

Questo vi rende molto liberi nel vostro servizio. E siete voi le persone più competenti per farlo. Per ricondurre al fede alla vita concreta occorrono persone immerse nella vita concreta. Non importa se non avete una preparazione teologica approfondita. Quella che avete e la grazia del battessimo sono sufficienti. Fate dei vostri incontri un luogo di scoperta della fede come grazia di umanità.

 

2. Uno spazio relazionale ospitale

Se i genitori insieme con voi arrivano a questa conversione, allora vale la pena tutto quello che state facendo. Ma questa conversione, che ha il sapore positivo di una sorpresa, avviene non primariamente attraverso i contenuti che trasmettete, cioè intellettualmente (anche se i contenuti sono importanti), ma nello stile relazionale che si instaura nel gruppo di accompagnamento. Lo stile relazionale dice in modo forte il Dio che voi annunciate. Si cambia idea di fede cambiando esperienza di chiesa. Perché c’è un linguaggio verbale e uno relazionale. Occorre che i due dicano la stessa cosa. Il gruppo di accompagnamento diventa per voi e per loro una esperienza di comunità, di chiesa. Può confermare quella che avete e hanno nella testa, può costituire invece una bella sorpresa, uno spiazzamento positivo. Alcuni genitori arrivano dopo anni di allontanamento, dopo esperienze noiose o negative con i preti o con le comunità cristiane o semplicemente perché la vita li ha portati altrove. Più di uno non è in regola con la chiesa. Altri no, sono praticanti e vicini alla comunità ecclesiale. Tutti però hanno una rappresentazione di chiesa, un cliché. Anche noi. Papa Francesco sta intaccando questo cliché, ma da solo non basta. Ecco allora che l’accompagnamento di un gruppo di genitori può essere per loro e per voi il luogo per fare un’esperienza diversa di chiesa. Quale?

Io penso che la comunità ecclesiale è chiamata ad essere non primariamente un luogo di affermazioni dottrinali o di orientamenti etici, ma un spazio di narrazioni, la casa nella quale risuona costantemente il racconto della storia della salvezza, l’intreccio tra le grandi narrazioni bibliche e le storie concrete delle donne e degli uomini di oggi. Una chiesa non primariamente cognitiva, ma narrativa. Io do a questo termine un senso forte, intendendo una chiesa nella quale hanno diritto di entrata tutte le storie di vita umane. Hanno diritto di viverci e di essere ascoltate, di essere narrate. Perché? «Se il Verbo si è fatto carne, significa che Dio non ha paura di avere delle storie con gli umani. Anzi, egli ha preso così sul serio le loro piccole storie, che ne ha fatto la sua grande Storia, la storia santa… il Dio biblico si consegna e si rende leggibile all’uomo attraverso piccole storie senza importanza».

Io penso che il gruppo dei genitori è chiamato a essere un luogo ospitale di racconti. Dire ospitalità indica che noi siamo accoglienti, ma anche che ci lasciamo ospitare da loro, stiamo volentieri nelle loro storie di vita. Le persone devono essere accolte come sono e devono trovare un luogo dove poter parlare di sé, dei loro problemi, dei loro desideri, delle loro speranze.

Questo vale in particolare per le persone che si sentono in qualche modo ai margini, perché “non regolari”. E devono poter ascoltare i racconti della storia di Dio con gli uomini, quelli del primo e del secondo testamento.

E comprendere che questo Dio continua a scrivere la sua storia di salvezza, il suo “terzo testamento” nella nostra vita: la nostra vita è l’alfabeto del suo amore. E c’è ospitalità per tutti. La Bibbia infatti non racconta tutte storie perfette, lineari, senza sbavature. La Bibbia racconta la misericordia ininterrotta di Dio nella vita delle persone esposte al limite, alla fragilità, al peccato.

I vostri gruppi siano connotati da una santità ospitale. Se questo accade, allora scopriremo sempre più in profondità il vangelo, quello già scritto e la sua scrittura in corso. Ogni gruppo è un “quinto vangelo” in fase di scrittura. Se rimaniamo profondamente narrativi in questo senso, allora scopriremo che Dio è il Signore delle sorprese. E comprenderemo anche fino in fondo il senso vero dei dogmi della chiesa, i quali, come dice papa Francesco, “hanno carne tenera”. È in fondo il grande messaggio di Amoris laetitia.

Slegato dai racconti, infatti, il patrimonio simbolico del cristianesimo si svuota: il Credo si riduce a una dottrina, i riti scadono in cerimonie, la morale viene a coincidere con una serie di divieti, la preghiera diventa una pratica di devozione.

Nel gruppo che accompagnate, di conseguenza, la preoccupazione principale non deve essere quella di trasmettere contenuti, ma quella di vivere uno stile di relazione ispirato al vangelo. I contenuti ci devono essere, dovete avere una programmazione, ma questi sono mezzi, occasioni per incontrarsi e sperimentare come la presenza del Signore in mezzo a noi ci permette di vivere da fratelli e sorelle sotto lo sguardo del Padre. Per questo ho apprezzato quando avete detto che avevate preparato molte cose da dire sul Padre nostro e la preghiera, e poi con sorpresa queste cose le hanno dette loro, partendo dalle loro storie di vita.

 

3. Un piccolo ma significativo contributo verso una pastorale missionaria

Vorrei offrirvi un’ultima riflessione, che vi rende consapevoli, a mio parere, della complessità e della posta in gioco di quello che state facendo.

La vostra diocesi ha avviato un ripensamento dell’iniziazione cristiana che ha coinvolto tutte le parrocchie, con un investimento di energie e di formazione di notevole spessore. L’obiettivo vero, come mi pare di vedere anche da altre diocesi che sono andate e vanno nella stessa direzione, è quello di accompagnare una transizione in atto, che ha due facce: da una fede di tradizione a una fede di convinzione per quello che riguarda i destinatari; da una chiesa di conservazione a una chiesa di missione per quel che riguarda la comunità ecclesiale (da una chiesa autoreferenziale a una chiesa in uscita, dice Papa Francesco).

La complessità sta proprio nel fatto che siamo in una via di mezzo per quello che riguarda entrambe le due facce, entrambi i protagonisti. Per quello che riguarda i destinatari, abbiamo ancora l’onda lunga di domande di sacramenti da parte di persone che lo fanno per tradizione (i loro figli devono fare come tutti gli altri; battesimi, prime comunioni e cresime sono appuntamenti familiari importanti e attesi, ecc.). Non è un giudizio negativo, ma di fatto c’è una domanda di riti senza spesso la fede che dovrebbe animare questa domanda. Questa domanda di riti per tradizione diminuirà nell’arco di una generazione o due di genitori (come si vede già dai matrimoni e anche dai battesimi), mentre sta crescendo la domanda implicita di tanti adulti, di persone che hanno una sete di interiorità e spiritualità, che cercano qualcosa che va oltre il loro quotidiano, che nei momenti di passaggio della vita adulta, soprattutto quelli difficili, sarebbero disposti a riprendere in mano il senso profondo della loro vita. Sono in gran parte persone che non appartengono ai circuiti ecclesiali.

Per quello che riguarda l’altro protagonista, le nostre parrocchie, ci troviamo di fronte a un impianto pastorale ancora prevalentemente strutturato (al di là delle buone intenzioni) per conservare e nutrire la fede di persone sociologicamente cristiane. Si chiama pastorale di conservazione: una pastorale di servizi religiosi. In più c’è da aggiungere che negli ultimi decenni questa pastorale, preoccupata di frenare le perdite, ha proceduto per accumulo di iniziative, rischiando il collasso: si aggiunge sempre qualcosa e non si lascia mai niente, quando i preti diminuiscono e invecchiano e gli operatori pastorali laici a loro volta diminuiscono e sono confrontati alla complessità della loro vita quotidiana. Nello stesso tempo, però, cresce l’esigenza nelle comunità ecclesiali di tornare a ciò che è essenziale, di farsi presenti nelle case della gente, di accompagnare le persone più colpite dalla vita, di mettersi a servizio di quanto lo Spirito Santo fa nel cuore di persone che si sono allontanate dalla Chiesa o non l’hanno mai incontrata, di alleggerire le strutture, di tornare a mettersi in ascolto della Parola di Dio e dei segni dei tempi. Siamo proprio in una situazione mista, sia per quello che riguarda le persone che per quanto riguarda le strutture. Accompagnare la transizione è dunque l’unico atteggiamento responsabile, mentre sarebbe irresponsabile non fare nulla continuando con il “si è sempre fatto così” e lasciando che le cose facciano il loro corso.

Amo dire tutto questo con un proverbio africano: fa più rumore l’albero che cade che la foresta che cresce. Questo proverbio riletto pastoralmente ci invita a sostenere l’albero che cade (una fede di tradizione con le attività connesse) ma con una sola mano, e con l’altra ascoltare e accompagnare la foresta che cresce, cioè le donne e gli uomini che sarebbero disponibili al vangelo se questo risuonasse in loro come grazia di umanità, come parola di speranza dentro le vicende della loro vita.

I vostri gruppi di genitori sperimentano questa “via di mezzo”: siete voi in una via di mezzo per quello che riguarda la vostra fede; loro sono in questa via di mezzo, genitori di tradizione e di obbligo ma in ricerca confusa di altro, di qualcosa i più profondo; l’impianto rinnovato di iniziazione cristiana è in una via di mezzo, e continua inevitabilmente a essere una proposta di socializzazione della fede per i bambini e di secondo primo annuncio per i loro genitori. Ma avete un grande vantaggio: fate qualcosa nel quale siete liberi di creare, inventare. Siate consapevoli che potete nel vostro piccolo gruppo creare un laboratorio per una chiesa diversa, che sperimenta relazioni nuove, che sospende ogni giudizio, che autorizza i racconti, che si riferisce al patrimonio della vita cristiana come patrimonio per una vita buona, che educa alla libertà di scelta senza pretendere risultati, che ascolta la gente fino in fondo, che non è prigioniera di eccessive preoccupazioni morali o dottrinali. Non sciupate questa libertà. Siate persone libere, anche se ecclesialmente affidabili.

Certo, occorrerebbe che questa fosse la logica di tutta la comunità ecclesiale e della pastorale delle vostre parrocchie, ma i processi trasformativi delle strutture sono molto lenti. Ciò che può far camminare la struttura verso una deprogrammazione e una riprogrammazione sull’alfabeto della vita umana è l’avvio di piccole buone pratiche missionarie. La vostra può essere una. La chiesa continuerà sempre ad occuparsi dei bambini (“lasciate che i bambini vengano a me”, le ha insegnato il Signore) ma fermarsi a quelli non è più possibile. Sono ormai alcuni secoli che la chiesa dice: “Questa generazione di adulti ormai è perduta. Occupiamoci dei loro figli, così quando saranno grandi avremo degli adulti veramente credenti”. Abbiamo visto che non funziona. Annunciare il vangelo con gli adulti (anzi, riscoprirlo da adulti insieme a loro) è fondamentale. Meglio ancora annunciare e leggere insieme il vangelo della famiglia.

La posta in gioco ultima di tutta l’iniziazione cristiana è quella espressa da questa frase dei Vescovi italiani: «Con l’iniziazione cristiana la Chiesa madre genera i suoi figli e rigenera se stessa». Se i vostri gruppi di adulti fanno sperimentare questa verità, e cioè che tornando a generare voi ne uscite rigenerati, allora vale veramente la pena continuare con gioia quello che state facendo.